Modello Jovanatti: l’integrazione a orologeria
Ha ragionato, il povero Assessore Giovanatti.
Ha ragionato: ha dato per un momento l’impressione di aver capito che nessuno può scegliersi la famiglia in cui nascere; che forse è giusto sostenere l’impegno delle maestre che lavorano ogni giorno per dare ai bambini “extracomunitari” (ma sono nati in Italia: come dirgli “tornatene a casa tua?”) una possibilità d’integrarsi; che probabilmente è educandoli a vivere più “come noi” che come i loro famigliari, che si porta sicurezza sia a loro sia alla nostra città.
Povero assessore: perché subito dopo si è ricordato di essere leghista e ha dovuto rimangiarsi tutto cercando di salvare, almeno in parte, la faccia. Altro che “giro del maiale”.
È così che ha inventato l’integrazione a orologeria: ci si integra, sì, ma solo fino alla quinta elementare. Eh già… qualche soldo padano (per i piccoli “extra” fino a 10 anni) ci tocca proprio spenderlo… se no chi la sente l’Unicef?
Resta solo qualche curiosità: cosa dovrà fare un bambino per dimostrarsi integrato? Cantare “O mia bela Madunina” su un piede solo? Provare la sua fedeltà allo Stato italiano, raccogliendo il Tricolore dal cesso in cui Bossi lo infila, un giorno sì e uno no?
E i bambini di 11 anni non integrati, sicura minaccia per la nostra civiltà? Provvederà il Sindaco Zucchetti a farli disintegrare? A questo, dicono, si sta ancora lavorando…
Povero assessore Giovanatti: c’è da capirlo. Ha fatto lo sforzo di ragionare, e di ragionare con la sua testa su un dato di fatto: a Rho abitano una cinquantina di bambini rom che frequentano le scuole pubbliche, dalle materne alle medie. Il loro percorso scolastico non è semplice, anche perché dai genitori imparano una lingua e uno stile di vita che non ne fa esattamente dei ragazzini da Mulino Bianco. Se avessero potuto scegliere loro dove nascere, è probabile che nessuno dei piccoli rom avrebbe scelto il contesto in cui vivono. Ma le cicogne non hanno l’abitudine di fare referendum, prima di sganciare i loro fagottini allegramente a caso, chi a casa Milenkovic, chi a casa Bossi.
Certo, chiamarsi Jonko non è come chiamarsi Eridanio, fin dal primo giorno di vita. Figurarsi a 11 anni.
Il Comune di Rho ha investito in questi anni un discreto gruzzolo in un’azione di mediazione culturale, per dare una mano a Jonko (al quale, nato in Italia, non basta dire sbrigativamente “tòrnatene da dove sei venuto”) per rimontare almeno un po’ dello svantaggio: per concedergli almeno un quarto delle possibilità di Eridanio; per far sì che Jonko ed Eridanio camminino il più possibile con lo stesso passo dentro la stessa classe; per sostenere il lavoro della loro maestra, cui non saremo mai abbastanza grati per l’impegno che ci mette con i figli di tutti nella scuola di tutti (nelle scuole non statali, cattoliche comprese, di Jonko non vogliono neanche sentir parlare, mediatori culturali si o no: d’altra parte, perché i genitori di Andrea e Giulia dovrebbero pagarne la retta, se poi i loro figli si ritrovassero un pericoloso minirom come compagno di banco?)
La scommessa è una sola: se Jonko non si sente respinto, e viene accompagnato nel suo percorso, può darsi che ce la faccia a scegliere uno stile di vita diverso da quello che ci rende ostili verso i suoi genitori, più sostenibile per lui e per noi. Può darsi che sua sorella Lenka, splendida bimba che non chiede di meglio che di essere vestita e pettinata come tutte le sue coetanee, con cui gioca a Barbie, possa scegliersi un futuro diverso da quello di bambina-moglie-proprietà privata dei maschi della famiglia. Può darsi: non è sicuro al 100%. Ma è sicuro il contrario: se li lasciamo a se stessi mentre crescono, Jonko e Lenka hanno il massimo di probabilità di farsi del male, nelle loro vite…e di conseguenza di farne anche a noi. A Eridanio, Giulia, Andrea.
Dunque, il gruzzolo che investiamo nel loro futuro, lo investiamo per il nostro futuro. Esattamente come il capitale che investiamo sul futuro di Andrea, di Giulia, di Eridanio: chiunque intuisce che sono loro - i figli di oggi - il destino di tutti, quello degli uni intrecciato con quello degli altri.
E anche Giovanatti deve averlo intuito, dopo 4 mesi che fa l’assessore. Ma ha commesso l’errore di dichiararlo. Apriti cielo! Ragionare (con la propria testa, poi!) è un oltraggio grave, dalle parti di Calderoli; e andarlo a fare su Settegiorni per di più…
Il celodurismo ha le sue regole: e così a Giovanatti è toccato fare autodafé.
Però rimangiarsi tutto non è bello. E allora Giovanatti si è impegnato ancora a pensare. E ha inventato un nuovo modello: l’”integrazione a orologeria”. In pratica, ai piccoli rom viene dato un tempo massimo per integrarsi: entro la 5^ elementare: “Considerando il fatto che la maggior parte dei bambini rom abbandona la scuola al termine delle elementari – se non prima – si ritengono inutili ulteriori sostegni, dal momento che dopo i 5 anni di scuola primaria o si è integrati o non lo si sarà mai”. Testuale. Qualche euro padano fino a 10 anni tocca spenderlo, suggerisce Giovanatti -assessore all’istruzione della Giunta Zucchetti - ai suoi affezionati elettori: vogliamo mica farci sgridare dall’Unicef , no? Poi… raus, si intende.
Avremmo due o tre curiosità circa questo modello di inclusione made in Porta Ronca. Una: quali sono le prove di integrazione che i piccoli rom dovranno superare allo scadere della 5^ elementare? Cantare “O mia bela Madunina” ritti sul solo piede destro? Raccogliere a mani nude la bandiera tricolore dal cesso in cui Bossi a fasi alterne invita a infilarla, e poi lavare bandiera e mani con l’acqua del Po? Fare il “giro del maiale” tenendo per mano una ronda padana a sinistra e un porcellino al guinzaglio a destra? Piacerebbe saperlo. E un’altra: che farà la Giunta Zucchetti dei bambini rom dagli 11 anni in poi, sicura minaccia per la nostra ridente cittadina, qualora non risultassero integrati? Provvederà a disintegrarli?
Meglio fermarsi qui, perché la questione è davvero troppo seria, per ridurla alla maniera padana.
Con un’ultima nota desolata: la compianta professoressa Melchiori (di cui la Lega si sta appropriando, non si capisce perché, come totem della padanità) nella scuola media di via Tevere si trovava ad accogliere – per logistica e per amore – i bambini delle famiglie meno integrate e meno rispettabili di Rho. Non ha mai allontanato dalle sue classi nemmeno il più difficile dei suoi ragazzi. A chi lavorava con lei chiedeva sempre uno sforzo in più, certo mai una risorsa in meno.
E mai le sarebbe venuto in mente di dire neanche una delle cose avvilenti che da troppi anni Lega e destra vomitano su questa nostra città chiamata a sfide difficili, rendendo così ogni giorno la comune convivenza ancora più faticosa e rancorosa.