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Cioè, non è difficile (dalle parti di Ulivia) credere che queste cose possano avvenire, ma che testate non proprio in sintonia con il tema ne parlino con serenità. E’ vero che la curiosità si concentra sull’eccezionalità di Ines anziché su quella di una convivenza -a Rho, non in Svezia - dove c’è posto per le regole (comprese quelle calcistiche!)… ma insomma è sempre un bel risultato.
E’ il segno che quando si fa spazio all’accoglienza della vita (quella già nata… anche e soprattutto), è lei con le sue dinamiche a travolgere gli schemi, i pregidizi e le banalità da Lega, tipo “Chi non è integrato a 10 anni non si integrerà mai”… Se c’è una caratteristica-base da esigere negli amministratori, nei politici, dovrebbe essere la capacità di vedere un filo più in là del loro naso.
Se ragionano con la capacità di analisi e di progetto di un ottantenne al bar (e sia detto con il massimo affetto per gli ottantenni e per i bar che li ospitano), c’è da chiedersi perché li scegliamo e li paghiamo per fare gli assessori alla Cultura e all’Istruzione e ai Giovani e ai Grandi Eventi… Tanto, loro più in là delle Piccole Menate non ci andranno (e non ci porteranno).
Il Giornale, Giovedì 3 Aprile 2008
Ines, una punta rossonera in campo: “farò giocare anche le bimbe rom”.
Racconta che ogni tanto, nel bel mezzo degli allenamenti, l’abbandonano lì da sola dentro al campo di calcio e se ne vanno tutti insieme a comprarsi la coca cola, semplicemente perché hanno voglia di berla. «Ma poi tornano, e l’entusiasmo che mi dimostrano durante gli esercizi io non l’ho mai trovato in nessun altro bambino». È venerdì pomeriggio e Ines Oesterle è seduta su una panchina del parco Sempione, tuta blu scuro e borsone a tracolla. È carica di palloni e cinesini e sta per andare a prendere il passante ferroviario che la porterà a Rho, al campo nomadi comunale che sta alle porte della città. «Ci sono una decina di ragazzini che mi stanno aspettando - dice - andremo a piedi nel campetto di calcio lì vicino e faremo quasi due ore di allenamenti. Molta tecnica e per finire la classica partitella». Biondina, ventiquattro anni, occhi chiari, un forte accento tedesco che colora il suo italiano praticamente perfetto, Ines è iscritta all’università Cattolica nella facoltà di Scienze motorie. Ma, soprattutto, è una calciatrice di serie A che gioca sulla fascia destra nel Milan e che, dall’inizio di gennaio, ha deciso di fare la volontaria nei campi rom di Milano insegnando ai bambini a giocare a pallone. «È un’esperienza straordinaria - racconta - e poi io ho un sogno: farli giocare, un giorno, in una vera squadra di calcio organizzata. E in futuro portarci anche le bambine rom a cui, adesso, i genitori vietano di giocare a calcio».
Il suo sogno, in realtà, ha radici lontane. «Sono originaria di Stoccarda - racconta - e ho cominciato a giocare a calcio a dieci anni. In Germania è una cosa normalissima, ogni paese, anche quelli piccoli, hanno una squadra maschile e una femminile. Dopo la maturità ho deciso che volevo venire in Italia, ne amavo la lingua e la cucina. Così nel 2003 mi sono decisa: sono entrata nel Fiamma Monza e sono rimasta qui un anno per imparare l’italiano».
Sempre con il calcio nel cuore, Ines è poi tornata in Germania, ma questa volta a Friburgo, dove è diventata fascia destra della squadra locale e si è iscritta all’università di Scienze motorie ed Economia politica. «Ci sono rimasta tre anni - ricorda sorridendo - poi mi sono fidanzata con un italiano e sono di nuovo tornata qui. Tramite il programma Erasmus mi sono iscritta prima alla Bocconi e poi alla Cattolica e ora vivo a Carate con il mio ragazzo, mi alleno col Milan quattro volte alla settimana e poi… faccio l’allenatrice per i bambini rom del campo nomadi di Rho»
Questa idea, racconta, le è venuta per caso. «Avevo già in mente di impegnarmi in qualche Ong - confida - ma il problema dei nomadi in Italia mi aveva davvero incuriosito. Avevo voglia di capirci di più e anche di andare oltre i pregiudizi, così ho contattato l’Opera nomadi di Milano». Si dice sorpresa, prima di tutto, dalle capacità motorie dei bambini che fanno con lei gli allenamenti, dalla loro vitalità e dall’entusiasmo che hanno. «Qualche giorno fa uno di loro mi si è avvicinato chiedendomi se anche un rom può diventare un calciatore. Questi bambini hanno dai sei agli undici anni e spesso si sentono dei diversi, ma a me piacerebbe che in futuro potessero riuscire a integrarsi in una squadra di calcio vera e propria, e con loro anche le bambine». Intanto al campo ci sono Adam, Andrea, Daniel e tanti altri che la stanno aspettando. Dovranno prepararsi per un appuntamento speciale: tra qualche giorno ci sarà «il ritorno» di una partita con un gruppo di bambini italiani di Rho che, settimana scorsa, si sono presentati spontaneamente per una sfida. E allora, sotto con la preparazione tecnica e le strategie di gioco.
Aprile 7th, 2008 at 17:52 pm
Da Città Oggi Web la notizia che al campo rom di via Sesia è stata bloccata sul nascere l’installazione di un prefabbricato abusivo: é una buona notizia. L’intervento tempestivo è stato possibile perché il campo è localizzato con precisione, perimetrato, visitato regolarmente da chi in Comune provvede alla sua gestione. Per questo si conosce l’identità e la condizione economica di chi ha tentato di forzarne le regole e gli equilibri. E si è intervenuti con efficacia.
Fosse successo altrove, in un punto qualunque del territorio di Rho (magari nella precedente area abusiva di via Magenta), dell’hinterland o della periferia milanese, o dentro una delle favelas della metropoli… nessuno avrebbe fatto una piega, se non a trasgressione avvenuta.
Che i piccoli insediamenti funzionino e consentano un reale controllo del territorio (insieme a un’identificazione precisa delle persone e dei loro bisogni, da una parte, o delle loro trasgressioni, dall’altra, esattamente come per chiunque altro viva e si muova nelle città degne di questa qualifica) lo abbiamo detto da quando la vicenda delle famiglie rom kanjaria di Rho è stata avviata su binari di rientro nella legalità, 10 anni fa. Lavoriamo da 10 anni, e non smettiamo.
In queste settimane si stanno mpltiplicando le prove che abbiamo ragione, che è vero. Non è LA soluzione al fenomeno (ben più pesante nella sua complessità), ma è UNA soluzione, efficace, misurabile, evidente, che rende sostenibile la convivenza e offre regole e sicurezza. Un’esperienza di in tegrazione che tra l’altro cresce e si sviluppa ormai indipendentemente dall’uso strumentale che in troppi ancora ne fanno. E che risponde bene a chi se ne avvale sia come presidio della legalità che della solidarietà. L’una senza l’altra zoppe e non civili.
“Dovete scegliere: tra ciò che è facile e ciò che è giusto”… Noi sappiamo di aver scelto.