Questione di modica quantità

E chi dal centro destra viene ancora a dirci che la politica seria non si fa con i gossip, invitiamolo una volta per tutte a farla, la politica seria.

Quanto all’etica in generale, lasciamola stare. Se a Berlusconi la patente di Grande Difensore dei Valori-non-negoziabili davanti agli italiani non la ritirano i Vescovi, non saremo noi a spuntarla.

Ma una cosa rivendichiamola, almeno quella: son 15 anni che aspettiamo che il centro destra e il suo Capo si guadagnino il consenso con i fatti, anziché con le Ive Zanicchi e le Carfagne di turno. Tutte buone persone, si intende (fino a prova contraria). Buone per vendere.

Perché l’equivoco colossale sta tutto lì: quella del cucù, praticata e vantata dal premier italiano, non è politica. E’ marketing, e dei più scadenti, per giunta. E’ perciò inevitabile che abbia il suo ingrediente principale nel gossip: carburante di emozioni private individuali immediate, non di progetti politici collettivi a lungo termine.

Diciamolo forte, allora: la smetta Berlusconi di spacciarsi per vittima del gossip. Siamo noi le sue vittime. E’ la gente come noi, che da 15 anni non ne può più di scemenze e belle curve rifilate agli italiani per politica, in questo Paese mai così avvelenato e avvilito.

Gossip e belle curve sono una narrazione emotiva, elementare e gradita a maschi e femmine di ogni età. In tv hanno un appeal che sbaraglia qualsiasi ragionamento politico vero. Per chiunque, d’altra parte, chiedersi di che cosa è fatta la polpetta è più impegnativo che leccare la salsa. Berlusconi ne ha spalmata in dosi industriali, della sua salsa piccante, in 15 anni. E quella che adesso si trova davanti è la sua stessa polpetta. Vederlo infuriato mentre accusa di gossip avversari tipo D’Alema o Franceschini o Di Pietro (quanto di meno seduttivo al mondo…) perciò fa ridere: se deve scoppiare, la bolla del marketing di serie B. lo farà da sola. Per eccesso di tensione.

E dire che Fini l’alleato e Veronica la moglie da tempo lo avvertivano. Data la compartecipazione, nemmeno loro per questioni di morale, in fin dei conti. Piuttosto, per questione di misura.

B. esibisce in maniera parossistica potere e virilità. Si compiace di sedurre da settantenne svelte ragazzine under 20. Ma se su questo invochiamo l’etica, è partita persa. In Italia infantilismo maschile e servilismo femminile spopolano. Da sempre, famiglia politica affari e avventure, si possono gestire in un unico pacchetto, per la morale pubblica del Paese. E adesso?

Adesso il bluff si vede: questo è il problema. Quella che può mettere in crisi B. ora non è una questione di etica: è una questione di format.

Foto da nonno con i nipotini su Chi, e foto da “papi” con decine di ragazze su tutti gli altri giornali, non ci azzeccano: se alla casalinga di Voghera si mischia la trama di Nonno Libero con quella di Sex and the City, persino lei perde il filo.

Il racconto dell’elicottero che sorvola presidenziale la devastazione del terremoto in Abruzzo al mattino, e atterra per una festa di compleanno alla periferia di Napoli alla sera, non convince: anche ai supporters più disposti a lasciargli contar balle a Porta a porta, vien voglia di chiedergli di confezionarle meglio, le sue carrambate.

L’immagine del premier che manca l’appuntamento con l’ambasciata per l’elezione di Obama perché impegnato in altro con una navigata escort di Bari, il glamour lo fa precipitare. Quando Sarkozy (per dire) ha puntato sul gossip per rinforzare consenso interno e internazionale, ha dato appuntamento a Carla Bruni, mica a Patrizia D’Addario. La differenza tra Brunello e Tavernello la colgono anche gli astemi. 

B. ha passato il segno proprio nella sua tecnica di marketing: la narrazione si è inceppata. Il reality ristagna, si fa avanspettacolo provinciale, opaco. Non solo non alimenta sogni, ma comincia ad alimentare perplessità, e poi fastidio. E’ il bluff del venditore che sta minando l’immagine del politico. Da affari e pubblicità tv lui viene, d’altra parte. E da lì – purtroppo per gli Italiani – non si è mai mosso: se ne fosse stato capace, avrebbe capito che non proprio tutta la realtà si lascia modellare sul pezzo che lui domina meglio. E’ la presunzione tipica dei mediocri.

Ma la mediocrità italiana gliel’ha permesso. Perché – questa è la realtà veramente disperante - a un secolo e mezzo dall’Unità nazionale, a più di mezzo secolo dalla Resistenza, il sistema politico italiano è rimasto di natura ostinatamente pre-democratica, appena scalfito dalla cultura della democrazia: la cui etica minima inderogabile ha avuto forse troppo poco tempo per radicarsi, in aree del Paese troppo circoscritte.

Così la maggioranza degli italiani rimane tragicamente convinta che diritti e rappresentanza non possono nascere in forma condivisa e dal basso, con pari opportunità per tutti, e connesse responsabilità di ciascuno (libertà, eguaglianza, fraternità: la Francia ci credeva già nel ‘700…). Il potere e il benessere - nell’esperienza della maggioranza degli Italiani - sono individuali e dipendono dall’alto, dal sistema di rapporti con singoli protettori, cui votarsi (e da votare) in cambio di benefici. Come nel sistema feudale di tre secoli fa.

Malgrado chi lo accredita come Grande Modernizzatore, B. ha confermato in pieno il Paese in questa condizione ancestrale di sudditanza. Semplicemente, vi ha innestato una tecnica pubblicitaria altrettanto arcaica (“Senza un bel seno si vende di meno”) con un aggiornamento privo di scrupoli: “Le Tv servono a vendere spettatori alle Aziende”. Il risultato, micidiale per il tipo di etica minima che la democrazia esige, è sotto gli occhi di tutti. Di tutti quelli ancora capaci di tenerli aperti, per lo meno.

Così da accorgersi che da 15 anni ci troviamo immersi in una “politica” gestita né più né meno come un “reality”, che ruota ossessivamente attorno all’esibizione pubblica e privata del Grande Protettore, che ha fatto di ogni consultazione elettorale, ad ogni livello, un referendum pro o contro il suo format. Adattato ogni volta al gusto degli italiani, a colpi di sondaggi e tifoserie.

I popoli più democraticamente evoluti votano un partito per eleggere lo statista che ne esprime il progetto politico. Gli Italiani hanno votato per 15 anni un sultano che presenta come partito la sua corte, ormai sterminata. Alla cui protezione i più sognano di accedere, nell’unico modo possibile per una corte: ottenendo il favore di qualcuno che già ne fa parte. Il che spiega tra l’altro perché molti cittadini avvertano ormai come riti superflui l’amministrare e il votare. Cioè superflua la politica democratica: e chiuso. Questa è l’Italia feudale del terzo millennio. Educata da B. a con-fondere politica e marketing.

Per questo all’estero l’Italia raccoglie ormai esattamente la stima che merita la “politica del cucù” che il sultano B. si è (e ci ha) concesso. L’unica politica possibile, per altro, per chi non è capace di percepire alcuna differenza tra il ruolo dello statista e quello di un piazzista. Che non concepisce altro tipo di rapporto se non quello tra venditore e cliente. E preferibilmente, con il primo intento ad abbindolare il secondo: perché anche il commercio è dotato di un suo codice etico rispettabile, volendo; ma B. allegramente lo ignora e vivamente lo sconsiglia. Per lui, non c’è nulla che non sia negoziabile, manipolabile.

Così il Grande Difensore dei Valori-non-negoziabili ha giustificato per esempio anche il servizio-Topolanek offerto in camera a villa Certosa: simpatico benefit per uomini in trasferta lontani dalle mogli. Donne-regalo, omaggio ai clienti in conto vendita per fidelizzarli meglio alla politica del cucù. Che è insomma la via italiana al prestigio internazionale: e noi Italiani dovremmo ringraziarlo, dice lui.

L’apice infatti è la riconciliazione con la Libia, con l’accoglienza da circo riservata a Gheddafi, che propriamente come statista non lo presenta nessuno, nel mondo. Tranne B., si intende: lui (che dichiara fastidio a passeggiare a Milano, città africana) ha definito appunto “cliente” l’originale capo della Jamairia. D’altra parte, il cliente ha sempre ragione: anche quello africano, se dispone di idrocarburi. E il mestiere del venditore non è quello di ragionarci da pari, col cliente, ma di lisciarlo per il verso del pelo e fargli firmare in fretta il contratto, se ci riesce.

“Venditore”, “clienti” “protettore” “lisciare”. Questo è l’unico universo concettuale su cui uno “statista” come B. modella le sue relazioni, da quelle personali a quelle politiche, da Arcore a Roma a Washington. Lo stesso dei piazzisti da caricatura, che usano le barzellette come strumenti di lavoro, e agli interlocutori prendono le misure non per confrontarsi ma per imbonirli.

Che poi stia venendo fuori che B. si circondi quotidianamente del medesimo universo di venditori protettori e clienti anche in senso – diciamo – professionale, non può stupire: e meno che mai essere attribuito al gossip alimentato dagli avversari. Ha ragione B., a offendersi se l’avvocato Ghedini lo definisce tecnicamente “utilizzatore finale” del sistema: lui ne è il propulsore.

Solo che adesso la corte è a un bivio: se B. ne imbarca troppi (e troppe), il sistema cede.

Perché – non smettiamo di ribadirlo – non gli avversari politici (i “poveri comunisti” o “la stampa eversiva”) ma la rivista FareFuturo che fa capo a Gianfranco Fini, (il miglior alleato di B.), e una dichiarazione all’ANSA di Veronica Lario (la moglie di B.) hanno aperto la crepa, avvertendo il Presidente che pagarsi le ragazze con ciondoli di bigiotteria è un  conto, compensarle con candidature pubbliche un altro. Se non per il rispetto dell’etica (quella generale e quella della democrazia, comunque compromesse) almeno perché i posti in lista sono limitati. E se si sparge la voce che il sultano concede illimitato diritto di precedenza a chi ha le misure per salirgli sulle ginocchia, buona parte dei cortigiani scopre di essere tagliato fuori. Senza contare che l’eccesso delle relazioni aumenta la probabilità di quelle pericolose, e lede il minimo di dignità che si addice a una first lady.

L’eccesso, appunto. Perché è la modica quantità la soglia che separa l’uso personale dallo spaccio, trattenendo il consumo al di qua del reato. E magari anche dell’overdose che porta al crollo. Magari.

2 Responses to “Questione di modica quantità”

  1. Andrea Says:

    Bel pezzo che aiuta a riflettere con lucidità sulla situazione politica di ieri e di oggi. Su tutto occorre recuperare quel senso dello Stato oggi smarrito in tanti luoghi istituzionali. E’ un processo lungo perchè da anni si provvede a demolire le istituzioni senza rendersi conto del male e del dano che si sta facendo. Spero che le nuove generazioni sappiano recuperare anche solo un minimo di passione per la cosa pubblica che permetta di migliorare la vita di tutti. B. non ce ne dà di certo un bell’esempio anche in questa situazione.
    Andrea

  2. Giuseppe Says:

    Sì, un buon pezzo. Anche se un po’ lungo. Molte le affermazioni efficaci e utili, non solo per la polemica, ma per pensare. La solita domanda però è inevitabile: che fare? Può essere vero che i cortigiani del sultano comincino a preoccuparsi e che la crepa si allarghi; può essere che il sistema di potere crolli per cause interne. Ma l’opposizione PD deve fare la sua parte e bene (Di Pietro è il complementare di Berlusconi: non offre nessun aiuto a costruire una alternativa, ma solo a individuare i mali da combattere). Temo che non sia da scartare la generalizzazione che denuncia una situazione nazionale adagiata in un sistema tardo-feudale: anche nel PD ci sono comportamenti caratterizzati dalla dipendenza dai capi e quella “doppia fedeltà”, prima al partito e poi allo Stato, che è il male mortale responsabile della fine dei partiti della “prima repubblica”. Chi è cresciuto politicamente libero da quei comportamenti e “vaccinato” rispetto a quel male, deve far sentire forte la sua voce: deve (una questione morale!) denunciare le trame che soffocano i tentativi della democrazia (per esempio quelle per l’Expo o per la ricostruzione in Abruzzo), ma deve anche chiedere che si faccia totale chiarezza, senza giustizialismi e con l’assunzione delle responsabilità necessarie, su vicende come quelle delle regioni Campania (presidenza Bassolino) e Abruzzo (presidenza Del Turco). La sinistra crescerà se gli italiani saranno convinti che le vecchie congreghe non sono più al potere e se la partita non sarà chiusa nella scelta del leader (Bersani o Franceschini o altri), ma se sarà costruito un progetto chiaro che dia speranza agli italiani.

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